La città del caffè
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A Trieste un caffè non è un semplice rito del mattino o del dopo pasto, consumato in velocità e identificato con un nome univoco e universale. A Trieste c’è un linguaggio tutto particolare per ordinare un caffè, che denota la cultura antica e profonda della città.
È una tradizione che affonda le sue radici nel pieno dell’epoca asburigica. Quando le prime navi cariche di caffè verde attraccavano al molo, cominciarono a comparire le prime botteghe del caffè. Siamo nella seconda metà del Settecento e nei primi anni del secolo successivo l’universo del caffè è già molto articolato e sviluppato in città: ditte di importazione e commercio, torrefazioni, aziende per la lavorazione e decine di botteghe del caffè, fino all’inaugurazione, nel 1904, della Borsa del caffè. Ai giorni nostri, quasi il 30% del caffè importato in Italia passa di qua, facendo di Trieste il porto di caffè più importante del Mediterraneo. E coerentemente con questo aspetto, il numero degli esercizi commerciali in città è di uno ogni 300 abitanti, contro una media nazionale di uno su 400, perché il ritrovarsi al caffè è un elemento tipico della triestinità. La tradizione dei caffè letterari E se volete ordinare un caffè nel linguaggio triestino, questo è il dizionario speciale da imparare prima di arrivare in città: Nero: caffè classico, l’espresso in tazzina Goccia (abbreviazione di “gocciato”): un caffè con al centro una goccia di schiuma di latte, una sorta di caffè macchiato Goccia in b: b sta per bicchiere. È un espresso con goccia di latte caldo servito in bicchiere di vetro Capo: espresso macchiato caldo in tazzina Capo in b: espresso macchiato caldo servito in bicchiere di vetro sfaccettato Capo in b tanta: espresso macchiato in bicchiere di vetro con tanta schiuma Capo in b tanta special: caffè macchiato in bicchiere di vetro con tanta schiuma e spolverata di cacao Caffelatte o capo in tazza grande: è il classico cappuccino Deca: decaffeinato Cbs: capo in b senza schiuma. |
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